giuseppepiscopo.com | La Storia della Chiesa tra eresie e Concili analisi e documenti fondamentali
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Nicea  | Costantinopoli Efeso Calcedonia

Parte prima: IL CONCILIO DI NICEA

CONCILIO ECUMENICO: è espressione di tutta la chiesa sparsa nel mondo intero. É convocato e presieduto dal papa, il quale ne stabilisce la tematica, fissa l’ordine del giorno e infine chiude i lavori e ne ratifica le deliberazioni.

I CONCILI NELLA STORIA

Ci sono stati fino ad oggi, nella storia della chiesa, 21 concili ecumenici, otto dei quali all’epoca della chiesa antica. I primi otto concili ecumenici sono stati convocati, aperti, diretti e convalidati non dal papa di Roma bensì dall’imperatore.

I PRIMI 4 CONCILI

La chiesa riservò ai primi quattro concili ecumenici un’importanza enorme. Papa Gregorio Magno (590-604) li paragonò ai quattro evangeli, Isidoro di Siviglia (560-636) ai quattro fiumi del paradiso. La confessione di fede del concilio di Costantinopoli (381), in particolare, è l’unica o meglio l’ultima confessione di fede condivisa unitamente da tutti i cristiani.

Al suo primo arrivo nella capitale orientale, Nicomedia, Costantino dovette rendersi conto che anche la comunità cristiana dell’oriente, come la chiesa del nord Africa, era divisa in due da un conflitto che aveva già assunto una dimensione minacciosa. Si trattò di una crisi particolarmente grave perché lacerò la gerarchia ecclesiastica, mettendo i vescovi gli uni contro gli altri e coinvolgendo anche i vertici supremi dell’impero.

NICEA: GLI INIZI

La controversia ebbe inizio in Egitto, ad Alessandria, intorno al 320. la persecuzione aveva lasciato ferite e lacerazioni non sanate nel popolo cristiano.  il clero era diviso tra quelli che volevano una politica mite nei confronti dei lapsi e quelli che insistevano per punirli con severità o escluderli irrevocabilmente dalla comunione ecclesiastica.

PIETRO E MELEZIO

Quando nel 304 il vescovo di Alessandria, Pietro, e quello di Licopoli, Melizio (o Melezio), si erano trovati nello stesso carcere e, certi entrambi della vittoria finale della causa cristiana, avevano preso a discutere del trattamento da riservare ai lapsi, la discussione diventò così aspra che nella cella carceraria fu improvvisata una divisione per separare i due presuli e i rispettivi seguaci.

ARIO

Negli anni seguenti il partito meleziano dei rigoristi andò crescendo e vi aderì anche un dotto libico, di età avanzata e di notevole rinomanza nella chiesa alessandrina, Ario (256-336). Questi era discepolo del presbitero antiocheno Luciano (+312), subordinazionista (il Verbo è subordinato al Padre, inferiore a Lui).

Ario diventa presbitero

Pietro nel 306 durante un’altra persecuzione si nascose. In sua assenza Melizio occupò il suo posto, dando inizio allo scisma meliziano. Mentre Pietro tornava nella sua sede per risolvere la questione fu catturato e decapitato. Era il periodo della persecuzione di Massimino Daia. Allora crebbero i consensi per la causa moderata e anche Ario, abbandonato lo schieramento meliziano, vi aderì, ricevendo poco dopo l’ordinazione a prete per mano del successore di Pietro, Achille.

LA TEOLOGIA DI ARIO

Verso il 318, Ario, ricollegandosi alla radicata tradizione alessandrina del subordinazionismo cristologico, si mise a predicare che “ci fu un tempo in cui il Figlio non esisteva”.  Con ciò, egli voleva dire che il Figlio era stato creato dal Padre e non ne condivideva pertanto la stessa natura divina. Ma questa predicazione lo mise in urto con il suo vescovo Alessandro.

L’ambiente alessandrino

Il clima intellettuale di Alessandria doveva essere ancora in certo modo influenzato dalle idee gnostiche, che vedevano anch’esse una gerarchia per gradi della sostanza divina; e quando Ario propose la sua teologia, più di un cristiano di Alessandria poté sentire il ricordo di tali speculazioni gnostiche, come infatti anche Atanasio rimproverò poi ad Ario, accusandolo di dipendere dal sistema dello gnostico Valentino

La Thalia di Ario

Colpito da scomunica da un sinodo ad Alessandria nel 320, Ario va a Cesarea (incontra Eusebio) poi a Nicomedia (altro Eusebio) dove è favorito. Scrive la Thalia (banchetto), esposizione della sua dottrina scritta in versi e in prosa, in cui propaganda le sue idee in forma popolare. Torna ad Alessandria, compone canzoni, canta nei teatri, per le vie, al porto… La teologia scende nella strada.

L’intervento di Costantino

Nel 325 lo stesso Costantino, molto preoccupato per la situazione, pensò bene di convocare un concilio a Nicea per dirimere la questione di tutta la chiesa imperiale il cui cerimoniale fu ispirato ad una visione del futuro che doveva dimostrare agli occhi dei sudditi la pacifica e felice unità di vescovi e imperatore, colonne dell’impero e della sua stabilità.

L’assenza del Papa

Le fonti più antiche attribuiscono concordemente a Costantino l’iniziativa di questa decisione e vanno credute. È sicuro che Costantino né condusse trattative con Roma per un’eventuale convocazione del grande sinodo né chiese l’approvazione del vescovo romano. Solo la più tarda leggenda di Silvestro che racconta del battesimo dell’imperatore nel palazzo lateranense e della sua guarigione dalla lebbra porta per la prima volta il papa in primo piano affermando che “su suo comando”’ si era tenuto il sinodo di Nicea.

Ma il concilio non fu così vasto e rappresentativo: 300 vescovi, di cui solo 5 occidentali. L’occidente latino era assai poco rappresentato. Tra i più noti c’erano Osio di Cordova, confidente dell’imperatore e probabilmente rappresentante del papa, e Ceciliano di Cartagine. Papa Silvestro I non intervenne personalmente, ma si limitò ad inviare dei suoi delegati: così faranno i papi nei successivi concili della chiesa antica. L’ecumenicità del concilio dipendeva specialmente dalla sua successiva accettazione da parte di tutta la chiesa.

Le correnti teologiche

La chiesa intera era presente a Nicea. Al primo concilio non mancò neppure l’increscioso spettacolo degli intrighi. Eusebio ha descritto la solenne apertura del concilio (20 maggio 325) con parole degne di un inno trionfale. A Nicea erano rappresentate tutte le correnti teologiche allora sostenute relativamente alla dottrina trinitaria. Non c’erano gruppi omogenei sia tra gli ariani come tra gli oppositori di Ario. Tra gli avversari c’erano il vescovo Alessandro di Alessandria col suo diacono Atanasio e Osio di Cordova, il quale fin dall’inizio aveva denunciato l’arianesimo come un drammatico pericolo per la chiesa e aveva preso delle contromisure.

Le alleanze nel Concilio

Essi ebbero l’appoggio dei sostenitori di un monarchianismo deciso, in parte anche fanatico (sabellianismo, modalismo), i quali erano ancor più lontani, dal punto di vista teologico, dalla distinzione ariana tra il Padre e il Figlio (concepito come creatura), dal momento che (modalisticamente) non operavano nessuna distinzione.

Monarchianismo e modalismo

Il monarchianismo deriva dal monoteismo giudaico, afferma il primato assoluto (monarchia) della divinità del Padre, collocando Figlio e Spirito Santo ad un livello visibile di inferiorità e di subordinazione (subordinazionismo). Si manifesta poi anche in una corrente di pensiero, chiamata modalismo secondo cui il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sarebbero soltanto aspetti e modi diversi nei quali l’unico Dio si sarebbe rivelato, quasi tre “maschere” diverse dell’apparire dell’unico Dio.

Il sabellianismo

Sabellio difende un aspetto del modalismo: il patripassianismo secondo cui sarebbe possibile e giusto dire che sulla croce ha sofferto il Padre, perché il Padre e il Figlio non sarebbero altro che modi usati dall’unico Dio per presentarsi agli uomini. Complessivamente, i non-ariani o meglio gli antiariani costituivano la maggioranza.

L’intervento di Eusebio di Cesarea

A quanto pare la corrente favorevole ad Ario prese subito l’iniziativa e propose una formulazione di fede in cui erano ufficialmente inseriti elementi sostanziali della teologia ariana. Ci fu la veemente protesta della parte avversa. Con una proposta di compromesso si inserì allora nel dibattito l’abile e duttile Eusebio di Cesarea che raccomandò al concilio l’adozione del simbolo battesimale in uso nel suo vescovato. A Nicea si integra una confessione di fede preesistente, introducendo alcune proposizioni o formule che le conferivano un carattere più chiaramente e marcatamente antiariano.

Gli articoli di Nicea

  • “Dio vero da Dio vero,
  • generato, non creato,
  • della stessa sostanza (omooùsios) del Padre”.

Per molti padri di Nicea il termine indicava certamente che il Figlio non era meno divino del Padre e che entrambi perciò erano egualmente divini, così come in questo modo, i padri e i figli sono egualmente umani. Per gli occidentali invece e per alcuni orientali, “consostanziale” significava che Padre e Figlio erano una cosa sola in un’unica divinità. Entrambe le interpretazioni escludevano le idee erronee di Ario. In queste righe del Credo niceno è condensata la teologia del Concilio

Altri decreti di Nicea

L’imperatore Costantino appoggiò i risultati del concilio, esiliò Ario e i due vescovi suoi stretti seguaci. I vescovi dopo le questioni dottrinali, dovettero regolare questioni di importanza diseguale:

  • Scisma di Melezio: furono prese misure benevole;
  • Data della Pasqua
  • Il can. 7 riconosce al vescovo di Aelia Capitolina (Gerusalemme) un primato di onore, fatta salva la dignità del metropolita (vescovo di Cesarea
  • Si proibisce ai preti l’usura, la coabitazione con donne; non si obbliga la continenza ai preti sposati.
  • Regolata la riconciliazione
  • La domenica e il giorno di Pentecoste non si deve pregare in ginocchio

Le conclusioni di Nicea

Prima che i vescovi si separassero, Costantino offrì loro un sontuoso banchetto che li riempì di stupore. Costantino distribuì doni sontuosi. Li aveva convocati e li autorizzò a partire. Era, pare, il 19 giugno. Il concilio era durato un mese. Costantino cesaropapista? Vescovo dall’esterno? Pare di no, ma il rischio c’era. Si trattava però di un’armonia illusoria. Il concilio di Nicea con la sua risoluzione di fede rappresenta un avvenimento di importanza capitale per la comprensione dell’intera storia della chiesa e soprattutto della storia dei concili.

Caratteristiche del Concilio di Nicea

  • É veramente ecumenico.
  • Prende decisione in materia di fede.
  • Il modo con cui si arriva alla sentenza è significativo per la storia dei dogmi: tra errori la chiesa cerca di fissare singoli precetti di fede
  • Costantino minacciava, ma non annullava la libertà.
  • Costantino nella lettera alla comunità di Alessandria scrive: “Ciò che hanno deciso 300 vescovi, non è altro che la decisione di Dio, poiché lo Spirito Santo presente in questi uomini ha loro manifestato il volere di Dio stesso”.

Parte seconda: TRA NICEA E COSTANTINOPOLI

La crisi port-conciliare

L’accordo di Nicea si rivelò fragile. Alcuni vescovi ritirarono la loro firma. Ci fu una violenta opposizione a Nicea e per la chiesa cominciò un lungo periodo di crisi. Gli ariani e altri gruppi rifiutarono l’homooùsios e di conseguenza tutto il concilio. Mentre l’occidente latino con l’Egitto, si mantenne fedele a Nicea, l’oriente dovette assistere a forti tensioni. L’imperatore Costantino avviò una politica favorevole agli ariani forse per questi motivi:

  • Era influenzato da ariani come Eusebio di Nicomedia;
  • La teologia di Ario con la sua struttura gerarchizzante poteva rispondere meglio alla sua ideologia politica;
  • La parte ariana, nelle regioni orientali costituiva la maggioranza della popolazione.
  • Ario, Eusebio di Nicomedia e gli altri seguaci a suo tempo esiliati furono riabilitati dall’imperatore dopo che ebbero sottoscritto formule di fede piuttosto vaghe. I vescovi niceni furono sistematicamente deposti. Atanasio, dal 328 vescovo di Alessandria, si oppose a questa politica antiniceana e fu esiliato cinque volte (17 anni).

Le tendenze port-conciliari

Costantino morì nel 337.  Si verificano sanguinose tragedie di palazzo. Gli succedettero per l’occidente Costante, niceno, e per l’oriente Costanzo II, ariano. Le varie tendenze teologiche schematicamente si possono presentare in questo modo:

  • omousiani: Figlio consostanziale (omoousios) al Padre;
  • anomei: Figlio diverso (anomoios) dal Padre;
  • omeusiani: Figlio simile (omoios) al Padre;
  • Semiariani: aggiungeranno ‘in ogni cosa’.

Il trionfo dell’arianesimo

Il papa resiste alle pressioni e alle minacce di Costanzo. Nel 360 il sinodo di Costantinopoli proclama l’omeismo (il Figlio simile al Padre). É il trionfo dell’arianesimo. «Ingemuit totus orbis et arianum se esse miratus est» (S.Girolamo). Quando Costanzo diventa unico imperatore costringe i vescovi a sottoscrivere formule ariane. Il rifiuto era punito con l’esilio o col carcere. Dovettero soffrire duramente, tra gli altri, papa Liberio. Costanzo II cercò di imporre l’arianesimo come confessione di fede dell’impero.

Alternanze di governi pro e contro Ario

Dopo la parentesi di Giuliano, che non era né ariano né cattolico, e la ripresa della politica filoariana di Valente, soltanto con l’avvento degli imperatori cattolici Graziano e Teodosio la situazione si rovesciò nuovamente a favore degli ortodossi.  Teodosio con l’editto di Tessalonica del 380 vincolava tutti i sudditi dell’impero al credo di Nicea e creava così la chiesa di stato. Ordina a tutti di professare “la religione che l’apostolo Pietro ha insegnato ai Romani e ora confessano il pontefice Damaso e Pietro, vescovo di Alessandria. Noi crediamo l’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, i quali hanno un’uguale maestà nella santa Trinità”.

Parte terza: IL CONCILIO DI COSTANTINOPOLI

Il concilio di Costantinopoli del 381

Per mettere fine alla disputa intorno all’arianesimo e normalizzare la situazione della chiesa, Teodosio convocò un concilio. Nel 381 si riunirono a Costantinopoli nel palazzo imperiale 150 vescovi orientali, tra cui Gregorio di Nazianzo, i fratelli di Basilio Gregorio di Nissa e Pietro di Sebaste, Melezio di Antiochia e Cirillo di Gerusalemme.  Presiedeva Melezio di Antiochia per volontà dell’imperatore. Il concilio approvò Gregorio di Nazianzo vescovo di Costantinopoli; morto Melezio, lo elesse presidente.

La conferma di Nicea

Tutta Costantinopoli parla di teologia. Gregorio di Nazianzo nel presiedere il concilio incontrò tanti ostacoli, che si ritirò scoraggiato a vita privata. Il 9 luglio 381 il concilio terminò i suoi lavori. Il credo di Nicea veniva assunto ed integrato con importanti precisazioni circa la divinità dello Spirito Santo. 

Il completamento del CREDO

Prendeva così forma il Simbolo niceno-costantinopolitano: “Crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre (e dal Figlio). Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti”.

La teologia di Costantinopoli

Al conseguimento di questo risultato aveva potentemente contribuito l’approfondimento dottrinale operato da Atanasio e dai Padri Cappadoci. Basilio in particolare era riuscito ad elaborare la formula: Dio è una sostanza, ma in tre persone (ipostasi) distinte. Aveva anche chiarito definitivamente la natura divina dello Spirito Santo contro quanti la mettevano in dubbio o la negavano apertamente, pneumatomachi e macedoniani. Lo Spirito procede dal Padre, recita il simbolo di Costantinopoli.

Il filioque

Nella traduzione latina qualcuno introdusse l’aggiunta “filioque”, certamente con la pia intenzione di sottolineare la duplice processione dello Spirito dal Padre e dal Figlio, e quindi di rafforzare l’affermazione della sua divinità.  Fin dal IV secolo la chiesa greca insegnava una processione dal Padre attraverso il Figlio. La diversità sta più nella formulazione che nella sostanza. Eppure, si pongono le premesse per un dissidio teologico tra la chiesa latina e quella greca che dura ancora ai nostri giorni.

I canoni di Costantinopoli

Alla fine, il concilio promulgò alcuni canoni.  Il canone terzo fu il più carico di conseguenze. “Il vescovo di Costantinopoli avrà il primato dell’onore dopo il vescovo di Roma, perché Costantinopoli è la nuova Roma”. Sta qui il germe della rivalità tra Roma e Costantinopoli di cui il canone 28 di Calcedonia sarà un nuovo segno e che, dopo ripetute contese, sfocerà nello scisma del 1054.

Parte quarta: IL CONCILIO DI EFESO

Le controversie cristologiche e il concilio di Efeso

Dopo il Concilio di Costantinopoli sorsero nuovi conflitti a proposito della definizione del rapporto tra natura umana e natura divina in Gesù Cristo. Apollinare di Laodicea si mantenne fedele alla divinità di Cristo ma, allo scopo di salvaguardare tale divinità, sostenne l’idea secondo cui il Logos, nel ‘farsi carne’, ha assunto non già un uomo ‘intero’, bensì una natura umana incompleta, priva cioè dell’anima. Alle sue funzioni nei confronti del corpo provvedeva in Gesù Cristo il Logos. É il Logos che domina, guida e dirige direttamente la natura umana; Gesù Cristo quindi non è intaccato dalla debolezza che nell’uomo è conseguenza del peccato. Ma contro Apollinare si disse che Cristo ha salvato tutto l’uomo! Questo criterio della garanzia di salvezza svolse un ruolo decisivo nella cristologia della chiesa antica.

Quale rapporto tra Gesù e Cristo?

Ma in questo problema erano contenuti in germe i conflitti teologici che avrebbero lacerato la chiesa nei decenni successivi, a proposito dell’oscura questione dei rapporti tra l’umanità e la divinità nella persona di Gesù Cristo. Il vescovo di Costantinopoli Nestorio, che proveniva da Antiochia (la scuola antiochena riteneva la divinità e l’umanità in Cristo separate fra loro; la scuola alessandrina sottolineava l’unità della natura umana e divina in Cristo) si mise a predicare che le due nature del Cristo sono tra loro assolutamente divise e che quindi, a rigor di termini, Maria avrebbe potuto essere chiamata soltanto “Madre dell’uomo Gesù” o al massimo “Madre di Cristo”, ma certamente non “Madre di Dio” (Theotokos).

Cirillo contro Nestorio

Il vescovo di Alessandria Cirillo colse l’occasione per lanciare un attacco contro Nestorio. Le sue lettere ebbero notevole risonanza e gli procurarono non pochi seguaci fra i monaci egiziani, a Roma e presso la corte imperiale. Un sinodo romano nel 430 condannò Nestorio. Cirillo diede maggior forza alla sua argomentazione dogmatica: “Una è la natura del Logos divino incarnato”.  Per gli antiocheni mancava nella sua cristologia la dualità di Dio e uomo.

Il concilio di Efeso del 431

L’imperatore Teodosio II (408-450) convoca il concilio a Efeso. É papa Celestino I. Viene invitato anche Agostino, che era però già morto un anno prima dell’apertura del concilio che fu convocato nel 431. Sia i preparativi sia l’andamento dei lavori furono agitati da turbolenze. Cirillo ricorse in qualche caso addirittura alla forza. Arrivarono tutti a Efeso pochi giorni prima della Pentecoste, e trovarono Nestorio già lì, sedici vescovi, i chierici che li assistevano e parecchie guardie del corpo armate.

La politica di Cirillo

Cirillo si sentì l’autentico signore del concilio, la cui guida non fu quindi certamente sotto la regola della più rigorosa obiettività. Lo svolgimento del concilio mostra che egli era deciso a portare alla vittoria quelle sue idee con metodi estremamente sospetti e pericolosi. Ci furono tentativi di corruzione indegni di un vescovo del quale il vecchio e saggio Tillemont ebbe a scrivere. “S.Cirillo è santo, ma non si può dire che tutte le sue azioni siano sante”. I vescovi orientali giunsero dopo cinque giorni e i delegati romani dopo due settimane. Il sinodo di Cirillo depose Nestorio che aveva rifiutato di presentarsi.

Grande confusione

I delegati di Roma confermarono la sentenza, gli orientali tennero un altro sinodo e deposero Cirillo. Il sinodo di Cirillo rispose deponendo Giovanni di Antiochia e i suoi seguaci. La confusione toccò punte addirittura grottesche. L’imperatore fa arrestare sia Cirillo che Nestorio e Mennone. L’11 luglio i vescovi approvano la deposizione di Nestorio. Il prete Filippo pronuncia le parole riprese dal concilio Vaticano I: “Nessuno dubita che…Pietro…ha ricevuto le chiavi del regno di Nostro Signore Gesù Cristo…è lui che vive ed esercita il potere di giudicare nella persona dei suoi successori”.

Le conclusioni del Concilio

L’imperatore sostenne alla fine il partito maggioritario alessandrino e chiuse il concilio nell’ottobre del 431. Alla fine, aveva vinto il partito di Cirillo, dal momento che l’imperatore tratteneva in carcere il solo Nestorio. Cirillo poteva contare sul sostegno di vescovi metropolitani come quello di Efeso che mal tollerava la supremazia di Costantinopoli, e quello di Gerusalemme che voleva rendersi indipendente da Antiochia. La sua posizione incontrò pure il sostegno unanime dei fedeli, portati a immaginare Cristo come Dio in forma umana e ad adorare la sua carne incorruttibile nell’Eucaristia. I monaci poi si schierarono in prima linea a difendere Cirillo. L’unico risultato del concilio fu la condanna di Nestorio e la conferma del titolo ‘madre di Dio’: non venne formulato nessun testo e nessun simbolo.

Gli errori di Efeso

Sarà sempre motivo di rammarico il fatto che ad Efeso non si sia arrivati ad una discussione oggettiva, concreta e serena tra Nestorio e i suoi amici da un lato e Cirillo dall’altro. Forse si sarebbe così chiarito che il contrasto teologico tra i due era condizionato in maniera decisiva dalla mancanza di una terminologia precisa ed esattamente determinata. Forse Nestorio avrebbe riconosciuto che la tradizione da lui trascurata conosceva già molto bene il titolo di ‘theotokos’ e con esso la comunicazione degli idiomi, e forse Cirillo avrebbe visto che Nestorio si era impegnato seriamente nella comprensione dell’unità sostanziale delle due nature in Cristo ed era così effettivamente più vicino all’ortodossia di quanto non sembrasse. Il fatto invece che egli sia stato bollato con gli epiteti di ‘nuovo Giuda’ e di ‘sacrilego’ grava su Efeso come un’ombra nera.

La “Conversione” di Nestorio

Quando in seguito Nestorio, durante il suo esilio, venne a conoscenza dell’Epistula ad Flavianum di papa Leone, dichiarò subito in una lettera alla popolazione di Costantinopoli che egli era pienamente d’accordo con la cristologia di Leone e di Flaviano. La sua difesa non consente comunque di riconoscere alcun sostanziale passo avanti rispetto alla posizione che aveva già raggiunto nel 431.

Gli errori di Nestorio

La persona e la dottrina di Nestorio sono oggi di nuovo oggetto di accese discussioni. Alcuni lo presentarono come ortodosso. Senza dubbio si può riconoscere a Nestorio personalmente una larga misura di buona fede, ma la sua dottrina era tutt’altro che corretta, anche se era più moderato dei capi della Scuola Diodoro e Teodoro. Fu fatale per lui l’aver ignorato lo sviluppo che la cristologia aveva fatto con i Cappadoci e Cirillo e l’essersi irrigidito sulle posizioni particolari della Scuola antiochena.

Il nestorianesimo

In seguito alle severe disposizioni del governo il nestorianesimo andò lentamente scomparendo nell’impero romano. Nel 489 l’imperatore Zenone chiuse la scuola teologica di Edessa, allora sede principale della dottrina nestoriana. I nestoriani non si arresero e diedero in seguito vita ad una chiesa autonoma che prese la via dell’oriente, sviluppandosi verso la Siria e la Persia, per giungere alle lontane contrade dell’India (alla chiesa nestoriana appartennero anche i cristiani di s. Tommaso) e della Cina già fra il VI e VII secolo.

Gli ultimi avvenimenti delle chiese nestoriane

I missionari dell’età moderna si imbatterono in fiorenti comunità nestoriane del Malabar provenienti da quell’antico dissidio. Dal XIV secolo in poi ebbe un rapido e forte regresso in seguito alle irruzioni dei Mongoli. Durante la prima guerra mondiale venne in gran parte spostati e dispersi; in combattimenti con i Maomettani dell’Irak, al quale stato furono assegnati nel 1931, molte migliaia di loro furono uccisi; 20-30.000 ripararono in Siria e a Cipro, mentre una frazione minuscola, ebbe dal 1937 in poi una relativa pace. Oltre a questi vi sono circa 150.000 cosiddetti ‘cristiani caldei’ uniti con Roma (residenza patriarcale a Mossul, rispettivamente a Bagdad). Anche i cristiani di s. Tommaso sono ora in maggioranza uniti (circa un milione); gli altri passarono nel XVII secolo in gran parte al monofisismo (giacobiti).

Parte quinta: DA EFESO A CALCEDONIA

Da Efeso a Calcedonia

 Cirillo moriva soddisfatto del trionfo riportato su Nestorio e del prestigio che la sede alessandrina ne aveva ricavato, grazie anche all’appoggio di papa Celestino. Ma nell’insegnamento di Cirillo si annidava un equivoco che nelle mani dei suoi meno esperti successori divenne una vera e propria eresia. Infatti, insistendo sulla unicità della natura divina del Verbo, nella quale la natura umana veniva assorbita fin praticamente a scomparire, il successore di Cirillo, Dioscoro di Alessandria e il monaco Eutiche di Costantinopoli si fecero sostenitori di una dottrina cristologica divenuta nota con il nome di ‘monofisismo’, cioè dottrina dell’unica natura, divina ovviamente, di Cristo che assorbe interamente la natura umana “al modo stesso di una goccia di miele che, caduta in mare, in esso si dissolve”.

La deposizione di Eutiche

Nel 448 Eusebio di Dorileo, città della Frigia, accusò Eutiche davanti al sinodo permanente di Costantinopoli, sostenendo che egli rifiutava la dottrina delle due nature in Cristo. Alla precisa domanda se accettava le due nature in Cristo, la riposta fu negativa; quindi fu deposto da abate e colpito dall’anatema.

Il Latrocinio di Efeso

Teodosio II (401-450) decise di risolvere la questione con il concilio (non avevano diritto di voto coloro che avevano condannato Eutiche e Flaviano) che si era nuovamente riunito ad Efeso nel 449. I monofisiti ebbero il sopravvento sui difisiti che si videro accusati di ‘nestorianesimo’, ma le irregolarità e le violenze perpetrate in quel sinodo lo fecero passare alla storia come il ‘brigantaggio’ o ‘latrocinio’ di Efeso e ne causarono l’esclusione dal numero dei concili ecumenici riconosciuti dalla tradizione ecclesiastica.

Il concilio di Calcedonia del 451

Papa Leone Magno nella sua celebre Epistola Dogmatica ad Flavianun si schierò con il patriarca di Costantinopoli e chiarì in modo autorevole la vera dottrina dell’unione delle due nature nell’unica persona del Cristo (unione ipostatica). Intanto il papa pregava il successore di Teodosio, Marciano, di convocare un nuovo concilio che fu il IV concilio di Calcedonia (451). Vi convennero più di 500 vescovi da tutto l’oriente. L’occidente fu rappresentato da una sparuta delegazione. Alla presenza dell’imperatore e dell’imperatrice, dopo laboriose discussioni, si respinge la teoria monofisita dell’unità della natura in Cristo e si definisce nella sesta sessione, come dogma che:

I canoni di Calcedonia In Cristo ci sono due nature, non confuse, non trasformate, non divise e non separate, bensì congiunte in una sola persona o ipostasi (inconfuse, immutabiliter, indivise, inseparabiliter). A Calcedonia il canone 28 riconfermò i privilegi della sede di Costantinopoli; il fatto grave è che questa preminenza viene fondata sul prestigio politico della città imperiale, “la nuova Roma”. Pur pregato dal concilio e dall’imperatore di convalidarlo, Leone Magno rifiutò. Esso era in contraddizione con la dottrina, da questo papa riconosciuta con grande chiarezza e con altrettanto grande fermezza rappresentata, del primato romano.

L’eredità di Calcedonia

Calcedonia segnò la fine di un’era. Veniva confermato, a poco più di un secolo dalla morte di Costantino, quale grande ruolo la chiesa avesse acquisito nella società e nella vita dei popoli. I vescovi avevano accresciuto enormemente i loro poteri e la loro autorità, le chiese la loro ricchezza; la carriera ecclesiastica era stata riconosciuta come un servizio civile. L’autorità morale della chiesa era divenuta enorme. A Calcedonia si pongono le basi per il successivo sviluppo del pensiero teologico occidentale.

La crisi con l’Oriente

In Oriente invece si ebbe un’evoluzione diversa. Già nel concilio si era creata tensione tra i teologi orientali e occidentali con conseguente crisi di rapporti fra la chiesa di Roma e l’oriente. La crisi si acuì soprattutto dall’antica rivalità esistente fra i patriarcati bizantini e il papa, e la distanza tra Roma e Costantinopoli dopo e per effetto di Calcedonia venne crescendo. L’accettazione del tomus Leonis poteva essere insieme il segno del rinato prestigio della cattedra romana in Oriente e l’inizio di una rinnovata solidarietà tra le due chiese.

La forza dell’Oriente cresce

Invece Leone sembrò subito disinteressarsi delle conseguenze del concilio nella cristianità orientale e allentare anche i rapporti, prima molto stretti, con la chiesa di Alessandria. Dal canto suo il patriarca di Costantinopoli si diede a praticare una politica ecclesiastica di assoluta indipendenza e spesso di opposizione rispetto a Roma. L’esercizio di una funzione di appello sugli affari ecclesiastici di tutto l’oriente lo condusse a svuotare di ogni concreto contenuto il primato riconosciuto alla cattedra di Pietro; la rivendicazione di una lontana origine apostolica, legata alle reliquie di sant’Andrea, che l’imperatore Costanzo aveva introdotto nella città nel 357, gli consentì di uguagliarsi anche per antichità al vescovo romano.

Il monofisismo politico

Il pensiero orientale, già per sua natura molto incline alla unità, dopo Calcedonia accentuò ancor più le sue tendenze monofisite, che non si limitarono più al solo ambito cristologico-telogico, ma si estesero anche alla sfera politica e persino alla vita cristiana privata dei credenti. Religione e politica si fusero insieme, chiesa e stato si amalgamarono ed anche la vita privata civile fu dominata completamente da questa atmosfera teologico-religiosa. Mentre l’occidente faceva suo quel fondamentale duofisismo, l’oriente tendeva invece sempre più decisamente al cosiddetto ‘monofisismo politico’.

Conclusioni Vanno sottolineati due punti importanti.

  1. Riprendendo il linguaggio e la dottrina del Tomo a Flaviano, la definizione di Calcedonia è una ferma professione di fede della Chiesa nell’unica Persona di Cristo in due nature. Supera e integra le due teologie di Antiochia ed Alessandria. Nella chiesa non verrà mai più messa in discussione. La dottrina delle due nature provocherà, però, la reazione dei ‘cirilliani’ i quali si attengono alla formula dell’‘unica natura’: le dispute ‘monofisite’ daranno origine a uno scisma non ancora completamente risolto.
  2. D’altra parte, contro le pretese della sede di Costantinopoli, fondate sull’importanza politica della ‘nuova Roma’, si afferma l’autorità del vescovo di Roma radicata nella parola di Cristo a Pietro. Su questo punto Leone è molto deciso. Se in questo momento i rapporti tra Roma e Costantinopoli sono più facili, si guasteranno assai presto, fino allo scisma del 1054.

Le altre chiese d’Oriente

Le Chiese ortodosse bizantine rappresentano la tradizione orientale del Cristianesimo ma accanto ad esse esistono le antiche Chiese orientali ortodosse – di tradizione siriaca, greco-copta, armena -, dette anche pre-calcedonesi, e le Chiese orientali cattoliche, con l’eccezione della Chiesa maronita, che nasceranno solo dopo il secolo XVI.  Le prime sono le eredi dirette di quelle Chiese orientali locali che nel V secolo rifiutarono le decisioni e le formulazioni dogmatiche del Concilio di Efeso (431) o del Concilio di Calcedonia (451) – di qui l’appellativo di pre-calcedonesi con cui sono denominate -, separandosi così dalla comunione con la grande Chiesa dell’impero romano. Quest’ultima, dagli inizi del IV secolo, era solidamente articolata nella «pentarchia», ovvero nei cinque patriarcati di Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.

La Pentarchia A Gerusalemme fu riconosciuto il rango di patriarcato non per la sua importanza politica, ma per il significato religioso unico che la città rivestiva per la fede cristiana e per la nascita della Chiesa. Prima delle separazioni interne alla Chiesa avvenute in occasione dei Concili di Efeso e di Calcedonia, la parte orientale della grande Chiesa comprendeva dunque interamente i tre patriarcati di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, accanto a quello di Costantinopoli. I primi due furono centri attivi di vita e di cultura cristiana, e dettero contributi preziosi e determinanti alla formulazione della fede comune nell’epoca dei primi Concili (IV-V secolo).

Teologia e politica origini delle divisioni Proprio nel corso dei dibatti-ti dottrinali del secolo V, relativi alla formulazione del dogma cristologico, cioè delle modalità linguistiche con cui si potesse correttamente esprimere il dato di fede fondamentale che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo – e come tale mediatore di salvezza – emersero diverse prospettive dottrinali all’interno della Chiesa. Sovrapponendosi a questioni di carattere politico, esse non trovarono una composizione comune accettata da tutti i vescovi in occasione dei grandi Concili ecumenici, e furono all’origine delle prime scissioni all’interno della comunione ecclesiale.

La separazione post-Efeso La prima separazione avvenne al momento del Concilio di Efeso: una parte dei vescovi e delle diocesi del patriarcato di Antiochia ne rifiutò le decisioni dogmatiche e respinse la condanna di Nestorio. Queste diocesi si costituirono così in una Chiesa autonoma, che prese il nome di Chiesa di Oriente, con centro patriarcale a Seleucia-Ctesifonte. Si tratta di una Chiesa tuttora esistente, che oggi conta non più di seicentomila fedeli, residenti prevalentemente in Iraq, Iran e nella diaspora statunitense.

Altre divisioni Un ulteriore divisione si creò nei patriarcati di Antiochia e di Alessandria dopo il Concilio di Calcedonia: una serie di vescovi si rifiutarono di approvare e di recepire le formulazioni dogmatiche di quel Concilio, che affermavano le due nature di Cristo (umana e divina) unite nell’unica persona divina, preferendo una formulazione che affermava l’esistenza di «una sola natura incarnata nel Verbo di Dio». Di qui l’accusa di monofisismo imputata a questi vescovi, che dettero vita a due nuove Chie-se autonome: la Chiesa siro-ortodossa nell’ambito del patriarcato di Antiochia    la Chiesa copta ortodossa nell’ambito del patriarcato di Alessandria.

Gli armeni

Quanto alla Chiesa armena, nessuno dei suoi vescovi era presente al Concilio di Calcedonia: essa ne conobbe le formulazioni dogmatiche alla fine del secolo V tramite vescovi siro-ortodossi, e si associò alla Chiesa sira e alla Chiesa copta nel rifiutarle, costituendosi anch’essa come Chiesa indipendente rispetto alla Grande Chiesa dell’impero romano. Si tratta di Chiese tuttora esistenti.